Armstrong, il presidente che girava in Ferrari (a noleggio) – 5a p.
Anthony Armstrong Emery, come riportato allora dalla testata giornalistica Tribuna do Norte, finì come principale indagato nell’ ‘Operazione Godfather, il Padrino’, avviata dalla Polizia federale brasiliana, per vederci chiaro in un sistema di riciclaggio di denaro, organizzato da un gruppo di malavitosi di Nadal. Il losco sistema si basava su un’ingannevole raccolta di soldi all’estero da privati (solo a Singapore cascarono nella rete quasi 2.000 investitori, dopo i 350 nel Regno Unito), a fronte di promesse di interessi stratosferici ogni anno (circa il 20% sulle somme versate) e quattrini mai restituiti ai diretti interessati. I capitali accumulati, a detta degli organizzatori, dovevano servire per la costruzione e vendita di alloggi per persone a basso reddito, nell’ambito del programma ‘Minha Casa, Minha Vida’ nel Rio Grande do Norte. Le case, in realtà, non furono mai completate e, in alcuni casi, neppure dotate delle fondamenta iniziali.
La condanna a 58 anni e 5 mesi di reclusione per truffa e riciclaggio
Armstrong fu, così, condannato a 58 anni e 5 mesi di reclusione per truffa e riciclaggio, nonché costretto a fuggire, inseguito dai creditori. Prima di dileguarsi, riuscì solo a pagare mezzo stipendio arretrato a giocatori e dipendenti del Calcio Monza. Colpevoli furono giudicati anche sua figlia, con 44 anni di prigionia da scontare e i due commercialisti della società EcoHouse Group, con la pena commutata, curiosamente, nella donazione, per un lungo periodo, di cesti alimentari di prima necessità ai più bisognosi del loro Paese. L’ex presidente biancorosso fu condannato, anche nel 2020, dalla Corte Suprema britannica e arrestato dall’Interpol negli Emirati Arabi Uniti, dove era riparato dall’Italia, a seguito dell’esplosione del caso. Solo dopo aver pagato una forte cauzione, Armstrong fu rilasciato. Tornò a farsi vivo con una telefonata in una riunione di creditori inglesi della vecchia società, confermando la sua presenza, in condizioni di grande difficoltà operativa, in Medio Oriente e l’impossibilità di raggiungere il Brasile, Paese divenuto a lui ostile, con pesanti minacce di morte nei suoi confronti.
Dopo Armstrong, la situazione non migliorò con Bingham e Montaquila
Armstrong, non pagando più gli stipendi a giocatori e dipendenti, contribuì in modo determinante alla messa in mora del l’AC Monza Brianza 1912, che venne acquistata, a fine 2014, dal patron della Royal Pearl International, società di trasporti attiva nel Middle East, l’inglese (di origini casertane) Dennis Patrick Bingham. Questi, nonostante i tentativi di far fronte alle difficoltà economiche in atto prima della scadenza della ricapitalizzazione societaria, cercando di evitare la depenalizzazione per i mancati pagamenti degli stipendi arretrati ai calciatori, non riuscì, però, a cambiare la situazione debitoria. Trascorso soltanto un mese dall’insediamento e con l’apertura di una serie di istanze di fallimento da parte di alcuni dipendenti e fornitori, l’imprenditore britannico si vide impossibilitato a continuare nell’avventura calcistica e costretto a cedere, quindi, la società biancorossa. Questa fu, così, acquistata da una cordata di uomini d’affari guidata dal sessantatreenne bolognese Piero Montaquila, Amministratore Unico del gruppo, con presidente Paolo Di Stanislao, l’uomo notoriamente legato all’ex calciatore Uber Manfredini. A dir poco curiosi i termini economici della trattativa, andata in porto sulla base di una somma di 30.000 euro da sborsare, più una piccola vettura Smart da trapassare a favore di Bingham, da parte degli acquirenti. Di Stanislao, 54 anni, romano di origini teramane, ex concessionario marketing e merchandising della Lazio, dopo aver tentato di acquistare, dal gruppo Valore di Prato, l’80% delle quote dell’ AS Lucchese e di essersi interessato a fondo della Sambenedettese, della Casertana, del Messina, dell’Arezzo e del Giulianova, senza peraltro, concludere nulla, era successivamente diventato proprietario prima del Lanciano e poi del Casale. Con lui alla guida, la prima società ben presto fallì, mentre la seconda finì esclusa dai campionati della Lega Nazionale Dilettanti.
Una condanna anche per di Stanislao
Per i reati commessi con il crack del Lanciano del 2008, Di Stanislao fu condannato in primo grado a 7 anni di reclusione e a 3.200 euro di multa, oltre all’interdizione perpetua dai pubblici uffici e all’inibizione dalla Federcalcio per tre anni. Alla condanna del novembre 2013, arrivata per bancarotta fraudolenta, riciclaggio di assegni, truffa e reati fiscali riferiti al fallimento, nell’aprile dell’anno seguente, se ne aggiunse una nuova, con riconoscimento ufficiale di continuità di reato, per truffa aggravata e distrazione di fondi, relativi allo stesso crack del club calcistico abruzzese, di cui il manager di Teramo era presidente. Per questo filone d’inchiesta, piovvero condanne per un totale di 18 anni e mezzo di carcere e un risarcimento danni alla curatela fallimentare del Lanciano, da definire in separata sede, pur essendo stata già riconosciuta una provvisionale di 294.000 euro. Tra i nomi dei colpevoli, comparve anche la moglie di Di Stanislao, la signora Patrizia Bernardi Patrizi, alla quale, per distrazione di fondi, furono inflitti 3 anni e 6 mesi di reclusione, da aggiungere agli altri 5 tondi, sentenziati al termine del processo riguardante il primo filone d’inchiesta. La consorte dell’ex concessionario laziale, all’epoca del fallimento, era vicepresidente del Lanciano.
(Fine quinta parte)
Enzo Mauri