Gaetano Galbiati: un grande Carabiniere con il cuore biancorosso (2a parte)
Gaetano Galbiati, per le partite casalinghe del Monza, si recava allo stadio, quasi sempre, ‘fuori servizio’, prendendosi un giorno di riposo, ma non mancando mai d’indossare, con fierezza, la divisa d’ordinanza, quella che lui ha sempre considerato il suo abito perfetto. Si metteva in campo, preferibilmente, nelle vicinanze della panchina biancorossa, per poter meglio colloquiare con il tecnico ed i giocatori del momento, dispensando consigli e suggerimenti. Spesso, si arrabbiava pure ed allora, imprecando, voltava la faccia verso la tribuna, per non incrociare gli occhi degli ‘addetti ai lavori’ e far capire loro il suo stato d’animo. Poi, in caso di tafferugli, non mancava mai d’intervenire per riportare l’ordine sugli spalti o fuori dallo stadio, anche se presente non in veste ufficiale.
Nominato maresciallo da Ignazio Larussa
Galbiati, dopo tante missioni all’estero, era stato nominato maresciallo, con la solenne consegna del grado, il 1° aprile 2006, da parte dell’allora Ministro della Difesa Ignazio Larussa. Carabiniere per comando del cuore, portiere ed allenatore di calcio per passione, generoso di natura, il buon Gaetano, nel corso degli anni, è stato fautore di innumerevoli iniziative di beneficenza. Si ricordano, a tal proposito, gli incontri, da lui fortemente voluti a Monza, della Nazionale Cantanti e delle Superstar ex calciatori.
Monza-Lecce del 1979 e Monza-Como del 1980 le partite più critiche per la sicurezza
Tornando al calcio di casa nostra, le due partite più critiche affrontate dal rappresentante monzese dell’Arma dei Carabinieri, presente allo stadio, furono Monza-Lecce del 17 giugno 1979 e Monza-Como del 13 aprile 1980. La prima fu, di certo, la più drammatica ed assurda della storia dell’AC Monza. Davanti a 9.472 spettatori, i padroni di casa, a 180’ dal termine del torneo, si giocavano la promozione diretta in Serie A, contro una squadra già salva e che non aveva più nulla da chiedere al campionato. Ebbene, i biancorossi, a dispetto di tutti i pronostici, uscirono incredibilmente battuti 0-1 per una splendida rete, al volo di sinistro e da distanza ragguardevole, al 41° del primo tempo, del centravanti giallorosso Loddi, pescato libero da un perfetto lancio di Sartori. La successiva espulsione di Corti, ma, soprattutto, lo sbaglio di Silva dal dischetto, su calcio di rigore procurato da Scaini a 13 minuti dal termine delle ostilità (tiro calciato debolmente sulla sinistra e parato in tuffo da Vannucci), costarono l’aggancio al terzo posto in classifica da parte del Pescara, vittorioso contro la Pistoiese (i risultati dell’ultima giornata di campionato e l’esito dello spareggio di Bologna, contro la squadra di Angelillo, li conoscono, poi, tutti gli sportivi di casa).
Alla fine di questo rocambolesco Monza-Lecce, scattò, inesorabilmente, la feroce rabbia dei delusi tifosi biancorossi, che, già da settimane, nutrivano il forte sospetto della scarsa volontà della società brianzola di approdare in ‘A’, vista la mancanza di uno stadio adeguato e dei soldi necessari per affrontare dignitosamente una stagione nella massima serie. Il già vetusto ‘Sada’ fu, così, preso di mira dai più esagitati spettatori presenti alla gara, con deplorevoli e violenti atti di vandalismo e con Galbiati ed i suoi colleghi costretti, con ogni mezzo, a fronteggiare questi minacciosi contestatori, muniti di bastoni e catene. Non fu risparmiato neppure l’arbitro triestino Terpin, che potè lasciare lo stadio solo a tarda sera, nascosto nell’abitacolo di un’ambulanza. Anche Monza-Como del 13 aprile 1980 fu una partita molto movimentata e finita in guerriglia. Un rigore, letteralmente inventato dall’arbitro Luigi Agnolin di Bassano del Grappa al 90’ (leggerissima tamponata in area di Giusto su Nicoletti, abile, oltre ad accentuare la caduta a terra, ad aggiustarsi la palla con la mano per la poi mancata conclusione), dopo una gara, a giudizio del pubblico locale, diretta a senso unico a favore degli ospiti, regalò alla formazione lariana, pure, l’occasione per un insperato pareggio per 3-3 (reti di Cavagnetto, Vincenzi II, Massaro 9’ e 14’ del secondo tempo, Pozzato e Nicoletti). Il risultato finì, ancora una volta, per ridurre, notevolmente, le chances dei biancorossi di poter approdare alla tanto agognata Serie A. Ed infatti, al termine del torneo, gli uomini di Alfredo Magni restarono mestamente tra i ‘cadetti’. Al triplice fischio di chiusura dell’incontro, si presentò, come prevedibile, altro duro lavoro per Galbiati ed i suoi colleghi in divisa, costretti a fronteggiare scene di ordinaria follia sia dentro che fuori dal ‘Sada’, con violentissimi scontri tra le due tifoserie ed assedio alla terna arbitrale.
Quando l’arbitro Agnolin scambiò Adriano Galliani per Daniele Massaro
Al rientro dei giocatori, nel buio del tunnel per accedere agli spogliatoi, il ‘libero’ biancorosso Stanzone, assente in campo per infortunio, ma pronto a raggiungere dalla tribuna i compagni in uscita dal terreno di gioco, sferrò, improvvisamente, un pugno a Vecchi, ostinato nel difendere a gran voce l’operato del direttore di gara. Anche lo stesso Agnolin fu vittima di una breve colluttazione ma, a causa della scarsità di luce, finì per confondere il dirigente Adriano Galliani con l’incolpevole giocatore Daniele Massaro per il suo referto e per la successiva squalifica. Intorno alle ore 20, il taxi che lo doveva portare fuori dallo stadio e lontano dai disordini, riuscì, finalmente, a partire, ma, ben presto, venne raggiunto da un nutrito lancio di pietre e sassi. Un finestrino dell’auto di servizio fu infranto e gli occupanti del mezzo si videro costretti a chinarsi, repentinamente, per non rimediare ferite al volto. Pure un pullman di tifosi comaschi, diretti verso casa, subì la stessa sorte, con tanto di denuncia da parte del conduttore e di alcuni passeggeri alla locale stazione dei Carabinieri.
Nel corso degli anni, Gaetano Galbiati, fece la scorta a tanti personaggi famosi, di passaggio in Brianza, da Gianni Agnelli a Giulio Andreotti, da Mikhail Gorbaciov a Diego Armando Maradona. Nel 2004, durante la missione nei Balcani, scortò il principe Carlo d’Inghilterra, in occasione dell’inaugurazione del ponte di Mostar, poi distrutto durante il conflitto della ex Jugoslavia. Ma il giorno che il dinamico maresciallo capuano non potrà mai dimenticare è il 21 maggio 1983. Proprio lui, in quella data, fece, infatti, la scorta a Papa Francesco, accompagnato dal cardinale Martini, da Milano a piazza Duomo a Monza, per, poi, proseguire il servizio al loro fianco fino all’Autodromo per la celebrazione della messa, davanti ad una marea di fedeli e curiosi. Galbiati rimase vicino ai due anche per il successivo ritorno nel capoluogo lombardo. Dopo la personale benedizione ed una calorosa stretta di mano, al congedo, al termine di una giornata particolarmente intensa, il sommo pontefice, nel ringraziare il rappresentante dell’Arma dei Carabinieri ed i suoi colleghi per l’attento ed amorevole servizio, al fianco delle guardie vaticane, pronunciò una frase, divenuta storica: ‘’Voi siete le sentinelle di Dio sulla terra, gli angeli custodi dei cittadini!’’.
Gabriele Stefanoni, ‘lo Sherlock Holmes di Monza’, tifoso del Monza e amico del cuore di Galbiati
Il simpatico maresciallo campano, nella sua avventurosa vita, ha sempre avuto un’infinità di amici e, fra questi, merita particolare menzione, sia per la squisita generosità che per la coinvolgente estrosità, Gabriele Stefanoni, ‘Lo Sherlock Holmes di Monza’, appassionato di motori e tifoso biancorosso. Nato nel 1943 a Tradate , allievo del noto investigatore e criminologo Tom Ponzi, nel 1971, questo vulcanico personaggio fondò a Monza la G.Men, agenzia di investigazioni e sicurezza, destinata a diventare una fra le più conosciute ed apprezzate compagnie a livello nazionale ed anche estero. Geniale professionista, con una vita ricca di avventure, incidenti e soddisfazioni, Stefanoni, negli anni Ottanta, venne nominato anche Cavaliere della Repubblica Italiana. Agli inizi del Duemila, purtroppo, il povero Gabriele fu vittima di pesanti acciacchi fisici, che, nonostante una sofferente battaglia affrontata sempre con una grande tenacia, un’incredibile ironia e tanto ottimismo, non gli diedero scampo.
Pochi mesi prima di morire, il folcloristico capo della G.Man non rinunciò, comunque, ad un pur problematico viaggio ad El Alamein, giusto per mantenere fede ad un voto fatto in occasione di un precedente delicato intervento chirurgico andato, seppur momentaneamente, a buon fine. Giunto nella località egiziana, teatro di una delle più eroiche e tragiche battaglie combattute dai soldati italiani nella Seconda Guerra Mondiale, lasciò in dono al sacrario delle vittime nazionali, con un gesto di grande umanità e sentimento, il suo amato basco amaranto, a cui teneva tantissimo.
Gaetano e Gabriele, due coraggiosi paracadutisti vecchio stampo
Gabriele Stefanoni, come il carissimo amico Gaetano Galbiati, era un paracadutista convinto, vecchio stampo, tanto da non mancare mai agli eventi organizzati dalla sezione monzese dell’Associazione Nazionale Paracadutisti d’Italia, della quale faceva orgogliosamente parte.
Come presidente della Classe del ’43, ideava spesso manifestazioni per la raccolta di fondi da destinare ad enti ed istituzioni benefiche, primo fra tutti l’ospedale San Gerardo di Monza. Tra i fondatori dello Sporting Club Monza, di cui era rimasto uno dei frequentatori e sostenitori più convinti, socio del Panathlon Club cittadino, Cavaliere e Commendatore dell’ordine equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme, il noto investigatore, oltre che per l’originale attività, era conosciuto dai monzesi per la sua carica di consigliere dell’Associazione Sportiva Amici dell’Autodromo e del Parco, per la quale si dannava l’anima. La sua presenza in circuito, presso il tram storico, sede esterna del gruppo, nei weekend, in occasione di quasi tutte le manifestazioni motoristiche, era data per scontata. La domenica pomeriggio, appena poteva, si presentava, poi, puntuale alle partite casalinghe del Monza, per non far mancare agli amati biancorossi il suo colorito incitamento.
Grande appassionato della musica anni Sessanta ed amico di molti cantanti, un anno, pensò bene di organizzare, per un’importante raccolta di fondi, uno spettacolo al Teatro Manzoni di Monza, portando sul palco artisti famosi dell’epoca, quali Michele, Elisabetta Viviani, I Camaleonti e Gian Pieretti, l’esecutore del brano sanremese dal famoso ritornello ‘’Tu sei buono e ti tirano le pietre, sei cattivo e ti tirano le pietre, qualunque cosa fai, dovunque te ne vai, tu sempre pietre in faccia prenderai…’’. Risultato: locale stracolmo, applausi scroscianti, nessun sasso scagliato sul suo volto dalla platea e ricavato in denaro al di là di ogni più rosea aspettativa.
Oltre ai vari riconoscimenti nazionali , Gabriele Stefanoni, l’affezionato compagno di una vita di Gaetano Galbiati, nel 1998, era stato, pure, nominato “Uomo dell’anno” negli USA, per il settore della Sicurezza e dell’Intelligence (ABI American Biographical Institute ). Figurava socio della APDPE (Asociacion Profesional Detectives Privados De España ), della W.I.N. (World Investigators Network) e faceva, infine, parte del Consiglio Regionale Lombardia della prestigiosa Federpol (Federazione Italiana Istituti Privati per le Investigazioni, Informazioni e la Sicurezza).
Stefanoni, fornaio e ciclista mancato, giudicato poco abile con la pistola
‘Lo Sherlock Holmes di Monza’, investigatore dalla parlantina facile, anche se spesso balbettante nelle sue simpatiche esposizioni, statura bassa, fisico un po’ appesantito, con il trascorrere degli anni, dal cibo e dalla non più giovane età, immancabile maglietta nera sotto la giacca, barba grigia, capelli lisci, corti e pettinata all’indietro, camminata incerta ed agevolata, negli ultimi tempi, da un bastone, per grossi problemi ad una gamba, era entrato nel cuore dei monzesi, che gli volevano un gran bene. Lui, fornaio e ciclista mancato, non si prendeva mai sul serio, evitando sempre di mostrare eccessiva considerazione per le personali imprese lavorative svolte con successo e spesso raccontate, tra una barzelletta e l’altra, con la sua piacevole ed immancabile enfasi, condita dalla proverbiale umiltà. Molti, poi, approfittando della sua infinita bontà, finivano, pure, per prenderlo simpaticamente in giro, creando storie leggendarie sulle sue avventure. C’era chi, addirittura, sosteneva che il Gabriele avesse iniziato a zoppicare, dopo essersi sparato, inavvertitamente, un colpo di pistola ad una coscia, nel tentativo di estrarre la sua arma dalla fondina portata alla vita dei pantaloni. La verità sulle cause dei suoi problemi di deambulazione non fu, però, mai appurata. Morì, a 69 anni, nella notte del 23 agosto 2013, per una crisi cardiaca, con la glicemia salita alle stelle e la vista ridotta ai minimi termini dal diabete, che lo aveva inesorabilmente colpito qualche anno prima.
Ai suoi funerali, presso la chiesa monzese di Santa Gemma, oltre alla moglie Loredana ed alle due figlie Eliana ed Elena, parteciparono, nonostante il periodo di vacanze, tantissimi amici, le principali autorità locali ed i suoi amatissimi colleghi paracadutisti in uniforme, puntuali nell’accompagnarlo con profondi squilli di tromba nel silenzio generale, rotto, solo al termine della funzione religiosa, da interminabili applausi. E, in prima fila, non fece mancare la sua sentita e commossa presenza, pure, Gaetano Galbiati, quasi un fratello, pure lui con la Folgore nel cuore. Era stato proprio il maresciallo capuano a trascinare per la prima volta allo stadio il compagno di
lanci nel vuoto e ad introdurlo nell’ambiente dell’AC Monza.
Il pedinamento alla compagna di un ex attaccante biancorosso
Diventato amico di molti giocatori, il buon Gabriele finì, pure, per offrire ad alcuni di loro, in tutta discrezione, le sue prestazioni professionali per le strade della città e nei locali più frequentati, al seguito di mogli e fidanzate. Si narra che, negli anni Settanta, al termine di un ostinato pedinamento, protrattosi sino a tarda ora per le strade di Milano, una bellissima donna, compagna di un giovane attaccante biancorosso di passaggio in Brianza, cadde nella trappola tesa dalla G.Men. Grande fu, per l’occasione, la soddisfazione del bravo investigatore e tremenda l’incazzatura del calciatore, costretto, oltre che ad affrontare un furioso incontro chiarificatore con la protagonista della scappatella, a pagare la salata parcella al furbo professionista monzese.
Enzo Mauri
(Fine seconda parte)