Una società dalle spalle larghe
Diciamoci la verità: c’è un momento preciso in cui la poesia del calcio romantico deve lasciare il posto alla calcolatrice. Per il nostro Monza quel momento è arrivato adesso, con l’uscita di scena definitiva di Fininvest. Proprio in questo mese di giugno si completa il disimpegno totale della famiglia Berlusconi, che cede anche l’ultimo 20% delle quote agli americani di Beckett Layne Ventures. Finisce l’era del mecenatismo vecchio stampo, quella degli assegni staccati a cuor leggero per inseguire la Serie A, e se ne apre una tutta nuova. Parola d’ordine? Sostenibilità. E stavolta si fa sul serio. Se guardiamo i numeri, per le casse di Arcore è stata una mezza batosta. Nei loro sette anni di gestione, i Berlusconi hanno iniettato nel club qualcosa come 270 milioni di euro per rifare lo stadio, Monzello e comprare giocatori. Al momento del closing ne hanno recuperati appena una trentina, dopo aver svalutato il valore del club a bilancio per oltre 120 milioni pur di ripulire la lavagna prima della cessione. Chi pensava a un disimpegno indolore si sbagliava: per gli eredi vendere è stata una scelta quasi obbligata per tappare una falla che rischiava di mangiarsi i dividendi storici della holding. Eppure, ammettiamolo, quanti di noi hanno tremato all’idea dell’arrivo del solito fondo americano venuto a smantellare tutto? Fortunatamente lo spauracchio è svanito. Beckett Layne Ventures non è una scatola vuota, ma la punta di un iceberg finanziario che si appoggia ai capitali pesantissimi di Corrum Capital. Insomma, le spalle sono larghe e la continuità aziendale è d’acciaio. La differenza sta nella testa: niente più spese folli fuori budget. I nuovi proprietari ragionano da manager, il che significa una drastica cura dimagrante per un monte ingaggi che era diventato un lusso insostenibile, e la necessità assoluta di trasformare il Monza in una società capace di camminare sulle proprie gambe. Il piano della nuova presidentessa Lauren Crampsie va ben oltre i novanta minuti della domenica. L’obiettivo è far fruttare lo U-Power Stadium e Monzello (blindati con una concessione fino al 2062) per 365 giorni all’anno, legando a doppio filo il brand del Monza con i flussi milionari dell’Autodromo e della Formula 1. Il calcio, insomma, diventa un’azienda integrata e non più il giocattolo di una proprietà.
Il Monza ha finalmente conquistato la sua indipendenza
La notizia più bella, però, è che questa transizione non ha intaccato il campo, anzi. La risalita immediata in Serie A ha smentito i gufi e premiato il coraggio della nuova proprietà, che ha tenuto la barra dritta senza smantellare la squadra nei momenti più duri della scorsa stagione. Ma c’è una sensazione ancora più profonda che si respira nell’aria: il Monza ha finalmente conquistato la sua indipendenza. Con l’addio di Adriano Galliani è finita l’epoca delle passerelle mediatiche, delle telecamere sempre puntate e delle stucchevoli interviste sul “cuore diviso a metà” ogni volta che incrociavamo il Milan. Oggi la società si muove con una sobrietà inedita. Non siamo più il feudo di nessuno, siamo semplicemente il Monza. Tutto perfetto, quindi? Un futuro roseo e senza intoppi già scritto? Piano con i facili entusiasmi. La finanza d’oltreoceano ci dà la stabilità, ma nel calcio la carta millimetrata non basta: serve la volontà. La vera scommessa dei prossimi anni non sarà solo far quadrare i conti, ma verificare che l’impegno e l’interesse di BLV e dei suoi finanziatori rimangano vivi e non svaniscano al primo momento di difficoltà o di fronte a un’offerta più ghiotta altrove. I fondi d’investimento si muovono sull’onda delle opportunità, e la nostra vera garanzia sarà la loro fame di restare grandi. Adesso viene il difficile: restare stabilmente tra i grandi mantenendo il bilancio in ordine. Sarà una sfida di nervi e di programmazione, dove diventerà vitale scovare giovani talenti e fare plusvalenze. Ma la strada è quella giusta. Siamo tornati in Serie A, e stavolta ci stiamo con la certezza che il nostro futuro dipende solo da noi.
Francesco Aloise