Cruciani e la meritocrazia dimenticata
Che sia un bravo giornalista, non si discute. Giuseppe Cruciani è uno di quei personaggi che, nel bene o nel male, non passano mai inosservati. Personaggio istrionico, decisamente narciso, appare un po’ come l’antitesi di Andrea Scanzi, con opinioni politiche diametralmente opposte. Un personaggio che “non le manda a dire“. Peccato però che qualche volta le uscite siano “leggermente” fuori luogo e inappropriate, magari dette proprio per fare scalpore e dibattito. Recentemente Cruciani ha tirato in ballo il Monza, durante il podcast Numer1, in cui ha partecipato insieme ai giornalisti Zazzaroni e Sabatini. Ha lodato le piazze di Salerno e di Bari, definendole “fuori categoria” e meritevoli della serie A per la passione dei loro tifosi. Al contrario, ha tirato in ballo il Monza come esempio di una società che, pur essendo tecnicamente ineccepibile e sanissima dal punto di vista manageriale, a suo dire non possiede un pubblico numericamente adeguato per la massima serie, soprattutto se paragonato a piazze del genere.
Piccole società, grande intelligenza
Caro Cruciani, se lo lasci dire da un “signor nessuno” che ha l’unica peculiarità di seguire il Monza da quasi 50 anni, abbandonando per esso l’amore adolescenziale per il Milan. Forse non ha ben chiaro il concetto di “meritocrazia”, che nel calcio si raggiunge in base ai risultati e non al numero di spettatori presenti allo stadio. Se piazze come Salerno, Bari e Catania giocano in serie C, è perché in questo momento meritano di essere lì; potrebbero avere anche centomila spettatori a partita, ma il discorso non cambierebbe. Viceversa, società come Monza e Sassuolo giocano in serie A perché ci sono arrivate grazie a programmi e gestioni societarie esemplari, attraverso la programmazione e la lungimiranza. Che dire del Chievo, allora, piccolo sobborgo alle porte di Verona? E dell’Empoli, del Frosinone, del Benevento, del Crotone e del Venezia? E del Legnano e del Lecco negli anni Cinquanta e Sessanta? Questo refrain ha letteralmente stancato: in campo non vanno i tifosi, ma squadre costruite attraverso quella virtù chiamata INTELLIGENZA. I soldi servono, eccome, ma da soli non bastano. L’Inter di Massimo Moratti e persino il Milan di Silvio Berlusconi sono spesso incappate in annate disastrose, nonostante investimenti faraonici. In definitiva, signor Cruciani, questa volta ha “toppato”, come diceva Gianfranco D’Angelo a Drive In, quando imitava Pippo Baudo. Noi ci teniamo stretto il Monza e il suo modesto manipolo di tifosi, contiuando a goderci una serie A il cui posto non c’è stato dato nè per volontà divina, nè per il conteggio delle presenze allo stadio.
Gianni Santoro