29/5/2022: l’eccezione conferma la regola…

“Non si sfugge a ciò che è scritto: il destino non accetta scuse, solo appuntamenti.” E il Monza, dopo la sconfitta patiota a Mantova, si ritrova inevitabilmente lì, dove in passato ha conosciuto giornate amarissime, proprio come quella di ieri. Un appuntamento beffardo con il destino, se vogliamo anche ingiusto, ma tant’è. Il medesimo appuntamento con la storia fallito sul filo di lana, quando bastava quasi un sospiro per arrivare al traguardo. Quante volte si è ripetuto questo epilogo, in quasi 114 anni di storia. La squadra biancorossa che accarezza la serie A, ma che poi rovina tutto nelle ultime giornate, dando il “la” a malizie e illazioni. La prima volta accadde nel 1953, quart’ultima giornata, Monza-Genoa 0-1, autogol di Sergio Magni dopo un clamoroso malinteso con il portiere Lovati. E poi ancora Varese 1970 (penultima giornata), Modena, 1977 (ultima), Pistoia, 1978 (penultima), l’incredibile suicidio casalingo con il Lecce nel ’79 (penultima), Brescia 1980 (terz’ultima). E, in tempi più recenti, Perugia 2022, ultima giornata, fino ad arrivare alla “Fatal Mantova”, non più monopolio dell’Inter, che allo stadio Martelli nel 1967 scrisse una delle pagine più tristi della propria storia perdendo 1-0 e, di conseguenza, uno scudetto già in tasca.

 

Perché non correggere la partita in corso d’opera?

 

La regola, viene da dire, con una sola eccezione: 29 maggio 2022, la notte di Pisa. Una notte nata nel buio pesto (2 gol subiti nei primi otto minuti), e successivamente illuminata a giorno dalle reti di Machin, Marrone e due volte Gytkiaer.
Corsi e ricorsi a parte, analizziamo la partita di Mantova, mettendo anche il dito nella piaga se necessario (e lo è). Il Monza ha dato subito la sensazione che non sarebbe stato un pomeriggio di quelli belli. Diagonale di Pessina a parte, con l’ottima risposta di Bardi in calcio d’angolo, la formazione di Bianco ha patito oltremisura il calcio semplice e veloce dei virgiliani, fatto di scambi rapidi, ripartenze e movimento senza palla. Mentre il Monza cercava senza fantasia l’acuto dei suoi migliori “solisti”, il Mantova suonava come un’orchestra. E qui iniziano le responsabilità del tecnico biancorosso: era sotto gli occhi di tutti che la squadra fosse in difficoltà, bisognava apporre dei correttivi immediati, invece… niente. Anche dopo il 2-0 il Mantova suonava che era un piacere, tanto che sembrava più probabile il 3-0 che il 2-1. Bene, squadre al riposo e, al ritorno in campo, ci si aspettava qualche sostituzione. Invece… niente ( e due). Come dire “La squadra va bene così, ora gli facciamo un c..lo tanto…” Difatti, niente di nuovo sotto il sole. Sì, ok, un po’ di volontà in più, unita a una maggiore velocità, ma nella sostanza tutto come nella prima frazione di gioco.

 

Tre cambi tutti insieme? Improvvisazione, non scelte mirate

 

Ed ecco che, al minuto 56, mister Bianco si decide a effettuare un cambio, anzi… tre. Che significava, più o meno, un’ammissione di colpa (“Tentiamo il tutto per tutto”) ma, ahinoi, la musica che si continuava a sentire era quella di un’orchestra, guarda caso del Mantova. Domanda: perché aspettare così tanto? Ma soprattutto, perché tenere ostinatamente in panchina colui (Caso) che a Genova, solo due settimane prima aveva indirizzato la partita dopo soli 12 minuti? Acquisto di gennaio, acquisto importante, perché quando si acquista un giocatore a gennaio significa che mancava qualcosa e significa che deve giocare da titolare, soprattutto dove, se gli avversari corrono, devi metterti a correre anche tu. Tre cambi tutti insieme, ripetiamo, spesso e volentieri significano “O la va o la spacca”, non è l’intuizione tattica dettata dall’andamento della gara, è più che altro una mossa della disperazione. Poi, d’accordo, si può parlare anche di sfortuna (un pizzico, forse), di gol mangiati incredibilmente (Cutrone, da due metri, ma questa è una colpa, non sfortuna) e di una parata decisiva, anche se dai, diciamo la verità, non difficilissima, del mantovano Bardi. Ma, naturalmente, niente alibi e niente scuse. Per tre quarti di partita è sembrato a tutti che fosse il Mantova a cercare la promozione, non viceversa. 32 punti di differenza alla vigilia, a favore del Monza, avrebbero pur dovuto significare qualcosa, invece… niente (e tre). Adesso vai a spiegare ai tifosi che “Non è finita finché non è finita”, vai a spiegare che “Nel calcio tutto è possibile”. Sì, ok, ma stiamo parlando di ipotesi, di futuro; il presente dice che la squadra di Bianco è inciampata sul più bello, senza peraltro poter accampare uno straccio di scusa. Dal Mantova, una lezione di calcio semplice semplice, e un aforisma che sembra calzare a pennello: “La classifica ti dice chi sei stato, ma è la voglia di lottare a decidere chi sarai a fine partita”.

 

Gianni Santoro